Cosa succede in questa stanza
Questa pagina racconta una seduta dall'inizio alla fine. Dove ti siedi, cosa faccio io, quanto parli tu, cosa succede se ti viene da ridere, cosa succede se non succede niente.
La scrivo per una ragione precisa. Hai già visto chi guarda la macchina e chi guarda la mente, e sei ancora qui. Le promesse te le hanno fatte tutte. Ti resta il diritto di guardare dentro prima di decidere.
Il primo passo, e la prima domanda
Il primo passo è una conversazione. Sempre, per chiunque. E la prima domanda che ti faccio lì dentro è se un medico ha già guardato quello che porti. La risposta decide tutto il resto.
Se c'è un sintomo fisico che nessuno ha ancora inquadrato — la pancia, il collo, la pelle, una stanchezza che è già lì quando apri gli occhi — il primo posto è l'ambulatorio. Si inquadra con esami e diagnosi, e la diagnosi è un atto medico. Quel titolo io non ce l'ho. Chi ti lascia credere il contrario ti fa un danno.
Se quello che porti sta nella sfera psichica — la testa che gira a vuoto, un umore fermo da mesi, pensieri che ti spaventano — il posto è lo psicologo o lo psichiatra. Anche lì valgono un albo e una responsabilità che io non ho.
Se stai già seguendo una terapia, quella continua. Niente di quello che facciamo insieme tocca farmaci, dosi o percorsi decisi da un medico. Se qualcuno ti propone di sospendere qualcosa perché "tanto lavoriamo sulla causa", hai appena scoperto una cosa importante su quel qualcuno.
Il mio lavoro sta accanto al tuo medico e al tuo psicologo. Mai al loro posto. Il colloquio serve anche a questo: a stabilire se la risposta giusta sono io o qualcun altro.
Poi ci parliamo. Mi racconti perché sei qui e cosa hai già provato. Io faccio domande, e qualcuna sarà scomoda: cosa ti aspetti, chi ti ha mandato, cosa succede se fra tre mesi siamo allo stesso punto. Tempi e costi te li dico lì, prima che tu decida.
Alla fine ci sono tre uscite. Si comincia. Ci pensi. Oppure sono io a dirti che questo lavoro, per te, adesso, ha poco senso. La terza capita, e la dico per prima. Il colloquio non impegna a niente.
La seduta, passo per passo
Si parte da dove senti
Ti chiedo di indicare col dito il punto. La gola, lo sterno, la nuca, la bocca dello stomaco. Poi che forma ha, che peso, da quanto tempo, in quali giorni torna. È la Mappa Somatica, e per adesso è una descrizione: registro quello che c'è, senza attribuirgli una causa.
Quello che conto sono le ripetizioni. Quasi tutti me lo raccontano nello stesso modo: torna sempre uguale. Stesso punto, stessa ora, stessi giorni, stessa sequenza. Una ricorsività è un fatto osservabile. Puoi contarla anche tu, su un foglio, senza credere a niente di quello che dico io.
Il corpo traduce. Io ascolto. La parte che sembra magica è soltanto rallentare abbastanza da accorgersi di uno schema che hai sotto gli occhi da anni.
L'induzione
Ti sistemi sulla poltrona. Chiudi gli occhi quando te la senti, e se preferisci tenerli aperti si lavora lo stesso. Io parlo lentamente e ti chiedo di seguire il respiro: dove appoggia la schiena, il peso delle mani, l'aria che entra. Dura il tempo che serve a te.
Nessun pendolo. Nessuno schiocco di dita. Nessun "dormi".
Quello che senti a un certo punto lo conosci già: è come quando un libro ti porta via e ti accorgi di aver letto tre pagine senza vedere la stanza. Sei lì. Se passa una macchina sotto la finestra, la senti.
Dentro, si lavora
Da qui in avanti parlo poco. Faccio domande brevi e aperte — cosa noti adesso?, dov'è, in questo momento?, cosa succede se ci resti un attimo? — e poi sto zitta e aspetto. Parli tu, e parli molto più di quanto immagini.
A volte arriva un'immagine. A volte una scena intera. A volte solo una sensazione fisica senza storia intorno, e va benissimo anche quella.
Le dinamiche cristallizzate si osservano. Poi si sciolgono. È quello che vedo succedere in stanza, e uno studio che lo dimostri non ce l'ho: guardare da fermi una cosa che hai sempre schivato la sposta. Lento. È la parte meno spettacolare del mestiere.
Se ti viene da ridere
Ridi. Succede spesso: l'imbarazzo dei primi minuti esce quasi sempre da lì. Ridere rompe pochissimo — sei presente, e riprendiamo da dove eravamo. Lo stesso vale se ti viene da piangere, se ti viene freddo, se devi andare in bagno, se ti addormenti per un minuto perché arrivavi da una settimana storta. Nessuna di queste cose è un errore.
Se non succede niente
Capita. Qualcuno resta con gli occhi chiusi per tutto il tempo e alla fine mi dice: non ho sentito nulla. Con l'ipnosi non tutti lavorano allo stesso modo, e se sei tu lo sappiamo presto. Te lo dico subito. Vendere la seduta successiva sperando che vada meglio è il modo più facile di rovinare questo mestiere.
Si torna, e si resta a parlare
Ti riporto su con calma. Ti dico dove sei, che giorno è, quanto tempo è passato. Poi restiamo seduti e ne parliamo: quello che è emerso si guarda in due. Questa parte si chiama integrazione, ed è metà del motivo per cui la seduta esiste.
Esci che ti ricordi tutto.
Quello che resta tuo
- Resti cosciente dall'inizio alla fine. Sai dove sei, che ora è, chi hai davanti. Senti la mia voce per tutto il tempo.
- Il controllo resta tuo. Ti fermi quando vuoi. Apri gli occhi e la seduta finisce lì. La porta si apre dall'interno, come tutte le porte.
- I tuoi valori restano al loro posto. Nessuno ti fa dire o fare qualcosa che fuori di qui non faresti. L'idea di comandare una persona ipnotizzata arriva dal palcoscenico, dove chi sale ci sta per gioco.
- Quello che emerge lo porti tu. La memoria ricostruisce ogni volta che racconta, e una domanda fatta male può fabbricare una scena che sembra vera quanto le altre. È documentato. Per questo le mie domande restano aperte, e buona parte del mestiere consiste nel tacere al momento giusto.
Chi non prendo, e perché
È la parte che i miei colleghi tengono fuori dai loro siti. Sta qui perché è la più utile che ho.
- Chi ha un sintomo che nessuno ha ancora guardato. Prima il medico. Poi, se vuoi, io.
- Chi cerca una diagnosi o una cura. Sono atti riservati per legge a medici e psicologi. Quello che faccio io è conoscenza di sé: presa di coscienza, osservazione, risorse che ti ritrovi in mano. Chi entra per farsi curare è nella stanza sbagliata, e dirglielo alla prima telefonata è la cosa più onesta che posso fare.
- Chi sta dentro una fase acuta. Pensieri di farsi del male, un lutto di ieri, una crisi in corso: lì servono professionisti che io non sono, e servono subito.
- Chi vuole una seduta sola che sistemi tutto. Quella non ce l'ho, e diffiderei di chi te la promette.
- Chi è qui solo perché ce l'ha mandato qualcuno. Accompagnare è un gesto d'amore, e da solo non fa un percorso. Se sei qui per accontentare qualcun altro, dimmelo al colloquio: è un'informazione, non una bocciatura.
Dico di no più spesso di quanto convenga a un'agenda. È il prezzo di poter guardare in faccia chi resta.
Cosa dicono gli studi
Poco, e in ordine sparso. Preferisco dirtelo io prima che lo scopra tu.
Le prove più solide che l'ipnosi ha in mano riguardano l'intestino irritabile, e riguardano una tecnica diversa dalla mia: un protocollo standardizzato, erogato da clinici in gastroenterologia. Valgono per quella cosa lì. Chi le porta qui dentro sta usando il risultato di un altro, e lo fanno in molti.
Sul dolore cronico le linee guida inglesi hanno valutato l'ipnosi e hanno scelto di non raccomandarla. Sulla regressione — quello che faccio io — la ricerca è aneddotica: racconti, casi singoli. Prove no.
Sulle vite passate mancano le prove. Nessuno le ha, io compresa. Quello che emerge in seduta lo tratto per quello che è: verità emotiva. Dice qualcosa di te adesso, e resta fuori dai documenti storici. Se una scena arriva, la domanda che faccio è cosa muove in te, mai da quale secolo viene.
Il conto per esteso, studio per studio, sta qui: L'ipnosi funziona? Cosa dicono gli studi.
Se vuoi ancora parlarmi, il colloquio si prenota qui.
Chi sono, in due righe
Francesca Mannini. Ipnosi regressiva body-mind, Metodo dell'Integrazione, che parte dalla Mappa Somatica.
Medico non sono. Psicologa nemmeno. Nessun albo sanitario. Insegno poco e cerco ancora: "Non posso essere il faro che illumina, se io stessa non sono diventata luce."
Le domande scomode
Non ci credo. Funziona lo stesso?
Lo scopriamo in seduta, e prima non può saperlo nessuno dei due. Ti chiedo una cosa sola: attenzione. Chi si concentra bene lavora bene, e una testa che analizza tutto il tempo è un vantaggio quando si tratta di accorgersi di uno schema. Credere resta fuori dal prezzo.
Non sei medico e non sei psicologa. Cosa ti autorizza a lavorare con me?
La domanda è giusta. Lavoro dentro un perimetro preciso: conoscenza di sé. Presa di coscienza, osservazione, risorse. Diagnosi, cura e trattamento restano di chi ha l'albo per farli, e lì io non metto piede. Se il tuo bisogno sta di là dal confine, al colloquio te lo dico e ti mando dalla persona giusta.
Come faccio a sapere che quello che emerge è vero?
In parte non lo sai, e nemmeno io: la memoria ricostruisce ogni volta che racconta. Per questo tratto quello che emerge come verità emotiva e mai come prova storica, e per questo una seduta serve a te, mai a stabilire chi ha fatto cosa nella tua famiglia.
Quanto dura e quanto costa?
Te lo dico al colloquio, con un numero, prima che tu decida. Qui non c'è perché dipende da cosa porti — e lo so che è la riga di chi non vuole dirlo. Allora ci metto sopra un impegno verificabile: se al colloquio ti giro intorno, hai la tua risposta su di me. Il numero che senti lì è quello che paghi, e nessun pacchetto si allunga da solo.
Mio figlio ha qualcosa che non passa. Lo porto da te?
Il bambino no. Se qualcosa riguarda tuo figlio, il primo passo è il pediatra, e se serve il neuropsichiatra infantile. È il loro mestiere, e su un bambino la linea la tengo alta apposta. Con te, invece, un lavoro c'è: quello che senti tu mentre lo guardi — l'impotenza, la tensione, quello che ti si stringe addosso. Quello ti appartiene. Il genitore che arriva qui viene per sé.
Accompagno una persona che ci crede più di me. Devo entrare anch'io?
No. Puoi restare fuori e aspettare. Se vuoi entrare e ascoltare il colloquio, deve essere d'accordo la persona che accompagni — e per me va benissimo: chi arriva con le braccia conserte fa domande migliori di chi arriva entusiasta.
Come si comincia
Con un messaggio. Mi scrivi cosa ti porta qui, anche in tre righe storte, anche a mezzanotte. Da lì fissiamo il colloquio, e decidi dopo.
Prenota il colloquio, oppure scrivimi su WhatsApp al 392 095 8635, o a studio.francescamannini@gmail.com. Ti rispondo io.
Se prima di parlare vuoi ancora leggere, il blog è lì per quello.